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Fornace di Mazzano

Lungo il corso del Treja, non lontano da Mazzano Romano, s’incontra una fornace che fino a qualche anno fa cuoceva mattoni e tegole secondo l’antica tradizione. Anche se questo laboratorio esiste da più di un secolo, non si tratta della più antica fornace della storia della valle. Già nel 1572, infatti, esisteva fuori dalle mura di Mazzano una fornace che sorgeva sulla cosiddetta “piazza de fora”, chiamata anche “piazza della fornace”. Una lunga tradizione, quindi. Per tutti gli anni del Novecento – o perlomeno fino agli anni ’60, in cui la modernizzazione avrebbe introdotto quasi ovunque prodotti laterizi industriali – la fornace di Mazzano ha lavorato fornendo tegole, coppi, mattoni e pavimenti a tutte le case vecchie e nuove della zona. La materia prima era l’argilla che si trova ancora oggi a poca distanza dal Treja e dalla stessa fornace. Una volta seccata, l’argilla veniva polverizzata, poi mescolata con l’acqua e quindi, in base alla qualità del materiale ottenuto, divisa in base all'uso che se ne doveva fare.


Per raggiungere le condizioni produttive, la fornace doveva essere alimentata con una grande quantità di legna: 3.000 fascine e sessanta metri cubi di legna erano necessari per dare il via alla lavorazione. I materiali da cuocere, lasciati ad asciugare per una decina di giorni dopo la lavorazione, venivano posti nella camera della fornace secondo una disposizione particolare prima dell’accensione della legna. Vari strati di mattoni si trovavano alternati alle tegole, in modo da lasciare tra un pezzo e l’altro lo spazio necessario alla circolazione dell’aria calda.

Ai diversi livelli corrispondevano differenti temperature e quindi materiali diversi. Più in basso si cuocevano i mattoni da esterno, in mezzo, dove la temperatura di cottura rimaneva più stabile e costante, tegole e piastrelle per le pavimentazioni. In alto, infine, dove il calore giungeva in modo più irregolare, venivano infornati i mattoni da interno.

Ogni cottura – se ne facevano due o tre durante una stagione – durava normalmente poco meno di tre giorni. Al fuoco iniziale di legna grossa, necessaria per produrre la brace, seguiva l’alimentazione continua con fascine, che durava per due giorni consecutivi. La temperatura di cottura del materiale si aggirava tra i 900 e i 1.000 gradi. Non era facile, come si può immaginare, mantenere la temperatura costante: un innalzamento violento del calore avrebbe potuto portare danni all’infornata. Al termine della cottura, quando i mattoni più in alto divenivano bianchi dal calore, si smetteva di alimentare il fuoco e la brace rimasta veniva estratta dalla camera di combustione per evitare che la cottura procedesse con un calore variabile.

Dopo una settimana dal termine di questo lavoro, si potevano finalmente estrarre i pezzi cotti dalla fornace per rifinirli a mano prima di metterli in vendita.